Imbavagliami (se ci riesci)

Accolgo con favore ma con poco coinvolgimento il casino che molti blogger stanno facendo in rete contro l'art. 1, comma 28 del ddl Alfano, che estende l'obbligo di rettifica previsto dalla lege sulla stampa del '48 anche ai "siti informatici". La paura della blogosfera si fonda, da un lato, sulla disarmante sproporzione delle sanzioni previste dalla legge del '48 rispetto allo strumento blog (questo post di Gilioli lo spiega con chiarezza); dall'altro, sulla conseguente compressione della libertà di espressione in rete, che le stesse sanzioni potrebbero facilmente causare.

Non credo però che il buon Alfano, stavolta, debba preoccuparci più di tanto. Questo fondamentalmente per due ragioni:

- la sentenza della Cassazione n. 10535 di marzo 2009 ha chiaramente affermato che blog, forum, newsgroup, social netwrok etc. non sono assimilabili alla stampa. Da ciò ovviamente discendono sia conseguenze positive (niente obbligo di registrazione, niente reato di stampa clandestina, niente obbligo di dotarsi di organismi responsabili etc.) che negative (niente garanzie previste dall'art. 21 comma 2 della Costituzione);

- il ddl Alfano interviene sulla legge sulla stampa del '48: ne dovrebbe facilmente conseguire, in un'interprezione ragionevole e razionale della legge, che l'orrida espressione "siti informatici" contenuta nel nuovo ddl si riferisca alla versione online di quotidiani e riviste registrate.

Chi ha un blog, dunque, stia tranquillo. Il ddl Alfano non è un "ammazza-blog" bis (e del resto neanche la prima "ammazza-blog" era veramente tale).

L'art. 1, comma 28 del ddl Alfano, per dirla con Seneca e Sallustio, è semplicemente una norma scritta segugis pene. Del resto ne avessero azzeccata una, i nostri giovani legiferanti, in merito alle nuove tecnologie. Macché. Si persevera imperterriti a scrivere commi e controcommi con evidente pressapochismo, e moltissima ignoranza del mezzo: se poi si pensi che per ogni legge scritta male c'è necessariamente almeno una sentenza che dice peggio, il quadro complessivo è alquanto desolante.
E dato che di "tribunali di Modica" può essere piena l'Italia, ben vengano proteste ed indignazioni nei confronti di un legislatore che usa internet più per guardar troie che per rinnovare la cultura di un paese paleo-europeo. Occorre protestare, dunque, non contro una fantomatica "legge bavaglio" - che in questo caso non esiste, né conferisce alcun credito aggiuntivo alla carriera politica di Alfano - ma piuttosto contro l'arretratezza e la colpevole goffagine dei nostri lampadati soloni, e per una modifica che renda il ddl meno vago e più razionale.

Ecco perchè ho molto apprezzato gli interventi di Minotti e di Belisario, che seppur da posizioni parzialmente differenti hanno sottolineato l'inutilità di uno "sciopero silenzioso" (come quello originariamente proposto da Diritto alla Rete), e la necessità che di diritti, di libertà e di nuove tecnologie si parli, si spieghi, si discuta, sempre e comunque. Lo esige il paese. Un paese in cui, evidentemente e purtroppo, si pensa ancora che l' "emotivo" - cioè mettersi un bavaglio e farsi una foto - paghi più del "ragionato".

Here's how to order


life to you is a dashing bold adventure



Il nuovo condono semi-tombale di Tremonti.

Ovvero: sei un supercamorrista ed hai milioni di euro in Svizzera, blindati in un impenetrabile conto dal nome buffo? sei un pluridecorato evasore fiscale ed hai una decina di residenze fittizie sparse tra Samoa e Vanuatu?

E' la tua legislatura fortunata: lo Stato, ossia le stesse persone che con invidiabile zelo provvedi a fottere ogni giorno che il creatore manda su questa Terra, si impegnerà a garantirti un investimento più sicuro e dignitoso. Lo Stato italiano ti sciacqua centesimo per centesimo.

Ti basta dichiarare - in via discreta e "riservata" - ciò che hai sapientemente occultato: ci prenderemo solo il 5% forfettario e ti daremo in cambio titoli di Stato vincolati. Manderemo i tuoi soldi tra le macerie dell'Abruzzo - ché qui noi teniamo alla morale - e ti pagheremo generosamente gli interessi.

La collettività che si indebita per riciclare il tuo denaro sporco: è o non è un cazzo di affarone? Tieni presente, inoltre, che si tratta pur sempre di un condono con tutti i crismi: dunque niente accertamenti tributari (almeno per ciò che hai combinato dal 2004 al 2008), e niente pene per i reati che dichiarerai.

Ok, ricapitoliamo. Tu commetti reati tributari o valutari o fallimentari milionari; occulti le tue malefatte all'estero, magari in paesi a bassissima fiscalità o comunque con norme sul segreto bancario assolutamente al di sotto dei parametri europei; invece di sbatterti in una segreta nel casertano e di lasciarti perire di inedia e autodigestione, arriviamo noi e ti facciamo un "scudo fiscale" che non puoi rifiutare: tu ci dici quanto ci hai fregato, noi ci prendiamo il 5% e lo vincoliamo alla ricostruzione abruzzese attraverso l'emissione in tuo favore di Bot, Cct e titoli di controllate pubbliche, i quali garantiranno a te una dignitosa remunerazione ed a noi un debito pubblico n volte più grosso. E in più, niente rotture di palle da fiamme gialle, rosse, verdi e blu.

Che aspetti?

Investi.

Investi.

Investi.


Fatti perdonare: stasera paghiamo noi.

Back


Sono tornato.
E mi sono vestito bene per l'occasione.

the pause-button's broke on my video

Non ho nemmeno avuto il coraggio di guardare la data dell'ultimo post.

Non scrivo sicuramente da qualche millennio, ma purtroppo (?) sono mesi di intenso lavoro, studio, tesi di laurea, libertà, intrattenimento e quant'altro. Elefantiache incombenze del mondo reale non mi permettono ad oggi di leggere, studiare e scrivere per l'ordinaria amministrazione di un blog: per questo, e anche per puro senso di correttezza nei confronti dei due tre lettori che mi hanno addirittura mandato mail per accertarsi che non fossi ancora deceduto!, avverto tutti che il blog è temporaneamente sospeso fino a data da definirsi.

Ci vediamo, cari.


p.s. ha detto quel porco del mio cane se il 16 marzo gli fate gli auguri, ché fa un anno.

Occhio


Da un lato la famiglia Englaro, che si è vista accertare dalla Cassazione il diritto ad ultimare le volontà della famiglia circa l'astensione da terapie di sostegno vitale; dall'altro Maurizio Sacconi, ministro del welfare, autore di un atto di indirizzo che nel dicembre scorso ha inibito qualsiasi operazione alla clinica di Udine presso cui doveva essere trasferita Eluana Englaro, e che ora si giustifica affermando di aver adempiuto semplicemente ad un proprio dovere.

I radicali hanno denunciato Sacconi, per violenza privata aggravata.

Occhio a questo nuovo possibile processo. La denuncia è ardita, al limite del provocatorio; ma il terreno giuridico in materia è pressocché vergine (eccezion fatta per la granitica giurisprudenza dei casi Englaro e Welby), e la posta in gioco umanamente altissima.

Anche solo l'ipotetico rinvio a giudizio potrebbe costituire un ulteriore storico passo verso il definitivo spegnimento istituzionale di Dio.


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Memento

immunodeficienti

L'altro ieri, parlando con un amico, mi sono ricordato che esiste Rete 4.
Non finirò mai di stupirmi della meravigliosa abilità che popolo e istituzioni italiani hanno esercitato, in 25 anni, nell'accettare ed assimilare quasi con gioia quella che è stata probabilmente la più stratosferica beffa dell'era berlusconiana. La madre di tutte le beffe, il Big Bang culturale dell'Italia che calpestiamo oggi. La storia di Rete 4 è la vivissima testimonianza - lo dico senza retorica, o almeno mi sforzo - della totale e genetica inettitudine del nostro paese ad essere un'effettiva democrazia. E' tutto molto semplice e lineare. Il nostro sistema immunitario da stato di diritto è tempestato di enormi falle, per non dire assolutamente inesistente: da quasi trent'anni, l'Italia è una Repubblica fondata sul conflitto d'interessi. E Rete 4 è la prova che ci ostiniamo ad ignorare.
In seguito alla sentenza della Corte di Giustizia dell'U.E. del 2006, che ha dato avvio alla procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia, il nostro paese sborsa circa 130 milioni di euro annui a titolo di multa per la violazione dei principi comunitari. Fin ad oggi, dunque, abbiamo detto ciao a circa 390 milioni di euro. Un po' come se pagassimo un generoso canone Mediaset.

130 milioni di euro annui. Ora: pensate un attimo a quanti vibratori in vetroresina potrebbero comprare gli italiani ogni anno con 130 milioni di euro: non vi pare, contando che l'alternativa è il tg 4, che il tutto finisca per assumere nitidamente i connotati dello "spreco"?


p.s. leggo ora da Wikipedia alcuni recenti sviluppi della Rete4 Connection. Sbalorditevi con me:

Il 31 maggio 2008 il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso presentato da Europa 7 contro il Ministero delle Comunicazioni e R.T.I. (Mediaset) in cui si chiedeva la sospensione dell'autorizzazione a trasmettere per Rete 4, poiché «tardivo». Inoltre, è stato dichiarato inammissibile il ricorso di Europa 7 che chiedeva l'assegnazione delle frequenze, in quanto il Consiglio di Stato non può sostituirsi all'esecutivo. In questo senso, la Suprema magistratura amministrativa ha respinto anche un ricorso di Mediaset che chiedeva l'annullamento della sentenza del TAR del Lazio del 2004, chiedendo quindi al Ministero dello Sviluppo Economico di pronunciarsi nuovamente sulla richiesta di frequenze di Europa 7, richiedendo, in particolare, una nuova «risposta motivata» dal Governo, formulata in base alla sentenza della Corte di Giustizia della Comunità Europea del 31 gennaio. Il Consiglio di Stato quindi consente per il momento a Rete 4 di continuare a trasmettere fino a quando non avverrà l'assegnazione delle frequenze (ma non si tratta di una legittimazione piena vista la parentesi di dicembre).

Il 16 dicembre 2008 il Collegio si riserverà di decidere in via definitiva sul ricorso con cui Europa 7 chiede il risarcimento del danno. La richiesta economica dell'emittente è pari a 2,169 miliardi se le frequenze saranno attribuite o 3,5 miliardi nel caso opposto.

Il 27 giugno 2008, l'Unione Europea pone nuovamente alcune domande sull'assetto tv in Italia, alcune di queste riguardano Retequattro.

Il 16 ottobre 2008, il governo annuncia di aver trovato la soluzione per Europa 7: l'assegnazione delle frequenze avverrebbe riorganizzando lo spettro VHF III, togliendo frequenze ridondanti a Raiuno.





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La Cia è una piscina calda e accogliente

Tuffati in Facebook!
Seppure non proprio in termini così raccapriccianti, è sostanzialmente questo il messaggio con cui da mesi vengo bombardato da amici e conoscenti. Ognuno cerca di circuirmi a modo suo: c'è quello intimista (“dai, ti aggiungo a Facebook”), quello settario (“iscriviti pure tu a Facebook”), quello trasgressivo (“fatti Facebook pure tu”), l'utente esperto (“Facebook è pieno di sticchio”). Tutti stretti in un affiatato e segreto sodalizio atto alla sistematica distruzione dei miei unici due coglioni.

Parte 1: Dentro Facebook: la "buona ragione", e la morte de nickname
Parte 2: La Cia è una piscina calda e accogliente



Parte 1. Dentro Facebook: la "buona ragione", e la morte del nickname

Ma perchè non mi iscrivo anche io? Che cazzo mi costerà mai? Ogni tanto mi piazzo davanti allo specchio e me lo chiedo ripetutamente. “Non è possibile”, concludo urlandomi in faccia, “sto diventando nevrotico a causa di una scelta fatta proprio per non diventarlo!”
Seguono ruggiti provenienti da oscuri abissi gutturali, e ruvidi miagolii di violini feriti.
Facebook esiste ormai da un bel po'; raggiunge la notorietà nel 2008, gradualmente, posizionandosi spavaldamente sul ring in cui, con MySpace, si contenderà la leadership del social-networking; da tre mesi conosce una rapida e ripida ascesa, in gran parte grazie all'affettuoso apporto del popolo italiano (sempre in prima linea in ogni pandemia culturale che si rispetti). E in tutto ciò, io mi ostino a non provare alcun serio impulso ad iscrivermi. Intorno a me, il mondo degli affetti e degli interessi si muove su un binario parallelo, ruotando vorticosamente su un perno fatto di ammiccamenti da cui sono irrimediabilmente tagliato fuori. “Hai visto l'applicazione di Tizio?”, “Hai aderito al gruppo di Caio?”, “Ma poi gliel'hai fatto il poke a quella?”.
Un linguaggio magnificamente allusivo. A mia insaputa, si vivono vite altre. Mi eccito, ma non mi piego.

Eppure devo ammettere che l'idea è geniale: una gigantesca rete di conoscenze, o pseudo tali. E non c'è bisogno di alcuna buona ragione: esiste e basta. Ti aspetta. “E' gratis e tutti possono iscriversi”, ecco qual'è la ragione. Fantastico.
Facebook è il principio legittimante se stesso: esiste perchè è, e non potrebbe essere altrimenti. Se ti vuoi iscrivere, la domanda giusta non è: perchè?, bensì, perchè no? E' gratis e tutti prima o poi si iscriveranno: cos'altro pretendi? Sedate le due principali perplessità del contemporaneo vivere (i soldi, la solitudine), tutte le altre questioni sono logicamente eclissate in un remoto secondo piano. Non ti iscrivi a Facebook perchè hai qualcosa da fare: il da fare te lo trovi dentro Facebook. E' Facebook, ciò che hai da fare. Il mezzo, qui più che mai, è l'ultimo splendido fine di se stesso. Forse è anche per questo che trovo qualche difficoltà a vedermici dentro.

Che il voyeurismo sia ormai il sesto senso dell'essere umano, una nuova ghiandola di avanguardistica evoluzione, è impossibile negarlo: furbo chi l'ha capito per primo (una mattina, tastandosi lo scroto). La funzione è così radicata, ad oggi, che si fa quasi fatica a stigmatizzarla. (Evidentemente ce l'ho anche io, e me la tengo). Strumenti come Facebook fondano la propria fortuna sugli istinti più naturali degli utenti: l' “autoevidenza” di cui si parlava sopra nasce da questo, non da altro. Una delle pretese di Facebook, dopotutto, è proprio quella di essere una naturale prosecuzione virtuale della vita reale: si rompe, con Facebook, la decennale e sacra consuetudine del nickname, della doppia vita, della rete come “appendice” occasionale della realtà. Grazie a Zuckerberg, il voyeurismo assume un connotato assolutamente nuovo, perchè la rete diventa, da “guanto” che era, una vera e propria “nuova mano”: un nuovo codice di lettura di una medesima cosa.
E questo è un altro aspetto che tende a non piacermi. Mi fa effetto il fatto che, anche da non iscritto a Facebook, io possa trovare una persona (iscritta) semplicemente effettuando una canonica ricerca su Google. Facebook mi apre le porte della comunicazione anche nei confronti di coloro con cui non ho (magari non a caso) altri canali di contatto. Invece io amo il nickname perchè mi permette di utilizzare la rete dal buio, rispettando me e voi: la mia faccia non vi serve, la mia voce non cambierebbe ciò che vi dico, il mio blog è tutto quello che voglio che voi sappiate di me. Io sono un orango, come tutti voi.
“Che senso ha la rete, senza un nick?”. Facebook ha invertito la domanda.

Facebook pretende di simulare il sociale. Gli utenti sono chiamati, affinché questo funzioni al meglio, a riappropriarsi del nome reale accantonando il nickname; a cercarsi; a intessere rapporti strutturalmente nuovi; a annullare le distanze spaziali, ma soprattutto, temporali. E qui si cela un'altra debolezza strutturale del mezzo, che in realtà, più che al social network in sé, afferisce forse alla filosofia che pretende esservi dietro. “Facebook ti aiuta a mantenere e condividere i contatti della tua vita”. Sciagura. La vita, purtroppo o per fortuna, è fatta di un passato, di un presente e di un futuro. Intorno a questi concetti (e intorno a quello stesso di “vita”) ruotano dinamiche delicate e inafferrabili, che il cervello sintetico del sistema del social-networking è incolpevolmente inadatto a gestire. Facebook ti aiuta a riprendere i contatti con il tuo compagno di banco delle medie, sì, ma non è detto che tu lo voglia: perchè dovresti essere messo davanti alla scelta tra rifiutare scortesemente un' “amicizia” richiesta, o accettarla, subendo in compenso un'inondazione di stronzate più o meno informative su una persona di cui non ti frega un cazzo? “Facebook ti aiuta a mantenere e condividere i contatti della tua vita”, sì, ma può darsi che tu rompa malamente con la tua ragazza (le venisse l'epatite) o con qualche altra persona importante, e che non ti vada di essere costantemente informato sulle cazzate che struscia quotidianamente sulle “bacheche” degli “amici” che avete in comune.
Confirm”. “Ignore”. “Le venisse l'epatite”. Perchè non aggiungono un'opzione del genere?
L'unica tua tutela, a quel punto, si fonda sul “blocco” dell'altrui identità virtuale. L'altro per te cessa di esistere: non vi vedrete più, né condividrete più “amici”. Ossia: restare nel social network a condizione che muoia il social-networking. Una inevitabile e paradossale sconfitta del mezzo.

[Torna su]


Parte 2: La Cia è una piscina calda e accogliente

Vedete, in questi mesi ho seguito con grande curiosità il fenomeno Facebook. In silenzio. Chi legge questo blog non ha trovato altri riferimenti al di fuori di un bannerino laterale che rimanda ad un post informativo sul mio tumblr (a proposito: cagàtemelo un po', 'sto tumblr!). Da cinque mesi a questa parte non ho fatto altro che raccogliere informazioni, opinioni, risposte, spesso e volentieri proprio durante il dribbling quotidiano ai diabolici amici che ormai da secoli mi implorano di iscrivermi. Alcuni di questi denigrano il mio ritardo facendomi notare come l'unica condizione necessaria per poter criticare legittimamente una cosa come Facebook sia l'averla vissuta. Essi sono perfidi, perchè conoscono la mia curiosità: e devo dire che sotto sotto hanno ragione, e che semmai deciderò di iscrivermi sarà soprattutto sulla base delle loro notazioni.
Ciò che più mi ha divertito, comunque, del fenomeno Facebook è stato l'incredibile flusso di materiale giornalistico prodotto in materia. Si è spaziato da semplici ricognizioni di grottesche proiezioni di sottorealtà (i fan di Riina e Provenzano) ad analisi più o meno acute sul mezzo in sé e per sé.
Volete la mia sulla questione dei fan di Riina e Provenzano? Io credo che non ci sia niente di alieno. Se è vero che Facebook pretende di essere non una realtà alternativa, ma un'alternativa lettura della realtà medesima (una lettura più “bassa”, più semplicistica), allora ne è logica conseguenza anche l'alternativa versione degli stronzi medesimi. E' necessario, “è un bug inevitabile del sistema”.
Quella sulla responsabilità di Facebook in fenomeni di apologia e istigazione di reati da parte degli utenti è una questione aperta che non tarderà a farsi sentire in giurisprudenza, e con cui, nonostante i tentativi di auto-esenzione emergenti dalle condizioni d'uso, lo stesso social network dovrà fare i conti.

Quanto alle seconde, ci sono elementi che a mio avviso non si possono non considerare nella scelta di un'eventuale iscrizione. Alcuni li ho trovati molto divertenti. Pochi giorni fa un mio amico tesseva con pacatezza le lodi di Facebook: “C'è un sacco di fica! E dietro non c'è nemmeno Microsoft!”. Forse anche tra di voi c'è chi saluta con favore l'indipendenza di questo nuovo mastodontico social network. Ma quo usque tandem, cari amici? Per quanto ancora questa indipendenza? Un recente articolo di Alessandro Longo ha posto il quesito. La crisi mondiale pone i social network (che si reggono fondamentalmente sulla pubblicità) di fronte ad un'alternativa secca: far pagare qualcosina agli utenti (ops, addio “gratuità”) o vendersi alle grandi corporations. Se un domani postare un video sul vostro profilo varrà quanto un caffè, saprete perchè.
Pure molto divertenti ho trovato gli articoli sulle ciclopiche class action che Facebook sta subendo a causa della sua “creativa” visione della tutela dei dati personali e della protezione degli stessi da abusi pubblicitari, o quelli sulle granitiche condizioni d'uso del servizio, o quelli sull'incredibile "impossibilità" di cancellare definitivamente il proprio account con tutti i dati ad esso correlati (trovate tutto linkato nel mio tumblr). Cose divertentissime, temperate nella loro assurdità soltanto dalla constatazione che in fin dei conti in rete, anche solo con una ricerca su Google, la quantità di informazioni personali che lasciamo come segno indelebile del nostro passaggio è effettivamente già incalcolabile.

Ma la vicenda più divertente in assoluto è indubbiamente quella riguardante la partecipazione indiretta della Cia al capitale ed alla gestione di Facebook.
Sorpresa! Siete tutti potenzialmente spiati. Certo, la Cia non ha bisogno di un social network per sapere chi vi scopate al momento, né probabilmente vi ritiene dei soggetti particolarmente interessanti: ma non è “ironico” che tra le sue grinfie vi ci siate buttate voi, coscientemente, accettando peraltro delle condizioni d'uso degne di Guantanamo?
“Caro, la Cia spia le tue abitudini e i tuoi dati personalissimi!”
“Oh no! Vaffanculo! Eppure era gratis, e potevano iscriversi tutti! Sembrava così onesto!”
Il legame con la Cia è indiretto, ed è così strutturato: nella somma del capitale sociale di Facebook, 27 milioni di dollari risultano essere stati investiti dalla Greylock Venture Capital; uno degli amministratori della Greylock, Howard Cox (già funzionario presso il Ministero della Difesa Usa), è anche partner della In-Q-Tel, cioè una società “launched by the CIA in 1999 as a private, independent, not-for-profit organization, [...] created to bridge the gap between the technology needs of the Intelligence Community and new advances in commercial technology”. Una delle solite matrioske societarie in cui è tipicamente strutturato il potere economico e politico mondiale (fonte: quest'articolo).
Fateci un post nel vostro profilo: ops, le condizioni d'uso che avete accettato permettono a Facebook di giudicare insindacabilmente i contenuti della vostra pagina e di sospendervi il servizio, e il vostro profilo viene cancellato. E, ops, i dati se li tengono loro.

E allora, eccomi di nuovo davanti allo specchio. Ma perchè cazzo non mi iscrivo a Facebook? Che mi costa? E' gratis, e possono farlo tutti. E chissà, forse un giorno lo farò davvero, Cia permettendo. Il web è un mondo strano, per certi versi ancora molto vergine, e per altri versi semplicemente destinato a rimanerlo, per sua natura intrinseca. Come tutte le tecnologie, non è suscettibile di essere oggetto di patenti assolute di moralità o genuinità. Non esiste una tecnologia buona ed una cattiva: chi lo pensa è iscritto al Pdl, anche se ancora non lo sa. La tecnologia si governa con la tecnologia, e con una buona dose di sempreverde intelligenza. E' vero però che la natura di Facebook tende a forzare e ad annichilire una funzione che fine ad oggi era rimasta abbastanza indenne ai mutamenti: la separazione tra realtà virtuale e realtà reale.

Facebook è un gioco. Facebook è e deve rimanere un gioco. Uno strumento comunicativo statico da affiancare a mail e chat. Un divertissement che va usato, non che usa. Queste sono le vere condizioni d'uso, e per una volta le poniamo noi.


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